7 mesi

lontana da questo blog. Tante volte ho pensato di scrivere qualcosa, ma il tempo tiranno mi ha sempre allontanata da queste pagine tanto da portare Luigi a postare lui stesso le sue creazioni (ormai provetto panificatore) per non far definitivamente “morire” questo blog. 7 mesi l’età del regalo più bello che noi potessimo ricevere, l’età del nostro splendido pupo che è venuto e viene prima di tutto…

Ma dopo le vacanze estive una certa voglia di rimettermi ai fornelli a preparare qualcosa di sfizioso per me e per gli amici si è palesata, facendomi riconsiderare l’idea che forse dopotutto questo spazio vale la pena farlo comtinuare a vivere ancora, discretamente, quando c’è tempo, quando c’è la voglia, senza impegno insomma da parte mia, anche se il marito pressa ogni volta che cucino qualcosa di buono: “Eddai postalo sul blog su!!” E io “Nooo, e chi ce l’ha il tempo!” :D

Eccovi dunque questa crostata che ho fatto l’altro ieri. La ricetta della frolla al cacao è sempre quella di Adrenalina e la trovate qui. Ormai non c’è crostata che non preveda questa frolla, la adoriamo e non  possiamo farne a meno. La farcitura è costituita da circa mezzo kg  di fichi freschi sbucciati e resi purea e 100 grammi di cioccolato fondente tritati finemente. Il tutto in forno a 180 °C per circa 35 minuti.

Crostata con frolla al cacao, fichi e cioccolato

Crostata con frolla al cacao, fichi e cioccolato

A presto!!!! Forse..  ;)

 

La mia pizza di Bonci

Tutto è cominciato con un gioco sul blog di Maricler: Chi ci segue da un pò sa che per Francesca, la pizza, è un pò di più che farina, lievito e acqua. E’ qualcosa di genetico, oserei dire. Per questo motivo quello della pizza è un terreno sul quale ho sempre lasciato a lei l’esclusiva, nonostante il mio grande amore per questo piatto. E nonostante gli svariati sforzi di ottenere una buona pizza casalinga fatti prima di conoscerla. Voi non avete idea di quante volte io l’abbia sentita demolire pezzo per pezzo ogni pizza assaggiata in ogni locale nel quale siamo stati, concludendo sempre inesorabilmente con:”Si, ma non è come quella che facevano i miei”.

Dunque la nostra vita scorreva tranquilla, finché un giorno, per colpa sua, non ho assaggiato una pizza di una bontà folgorante. Penso di poter dire che la mia fissa con il lievito e gli impasti sia partita da lì. Da quel momento è iniziata la mia frenetica e malsana avventura alla ricerca di una pizza quanto più possibile simile a quella che avevo assaggiato. Ho iniziato divorando il disciplinare dell’Associazione Verace Pizza Napoletana e seguendo il forum di gennarino.org come anche il blog di Adriano. Finché il contest di Maricler, di cui dicevo all’inizio, non mi ha portato tra le mani il libro di Gabriele Bonci, il creatore di quella che molti ritengono essere la migliore pizza di Roma. E’ bizzarro perché ho vissuto a Roma qualche anno e non ho mai avuto la fortuna di assaggiarla e ora da un giorno all’altro mi ritrovo a leggere il libro che ne svela i segreti. Se la pizza vi piace, il libro vale davvero la pena, ci sono una marea di ricette diverse con gli ingredienti più disparati e delle foto davvero belle. Quella che segue è la ricetta del nostro primo tentativo fatto seguendo il libro, abbiamo scelto il condimento ai quattro formaggi perché il gorgonzola è un’altra delle passioni di Francesca.

Se siete arrivati fin qui penso che lo sappiate già, ma ve lo dico ugualmente: Se vorrete seguire questa ricetta dovrete prevedere con un giorno di anticipo quando mangiare la pizza, perché ci vorranno 24 ore di lievitazione. Secondo me ne vale la pena, ma Francesca riesce a fare una pizza ottima anche in un paio di ore, con un panetto di lievito fresco da 30 grammi. :-)

Per questa pizza l’indicazione era di utilizzare il primo dei tre impasti spiegati dal libro, quello più semplice, con la farina 0 di grano tenero.

Ingredienti:

Per l’impasto:

1Kg di farina 0
700 gr. di acqua
40 gr. di olio
20 gr. di sale
7 gr. di lievito di birra secco

Per il condimento:

150 gr. di stracchino
150 gr. di gorgonzola
150 gr. di Pecorino romano
150 gr. di Fontina
Olio e.v.o. a piacere

Tempo complessivo di preparazione:

  • 30 min. (impasto)          +
  • 1 ora (1° lievitazione)    +
  • 1 ora (Pieghe di rinforzo) +
  • 24 ore (2° lievitazione)   +
  • 100 min. (Spezzatura)      =
1 giorno, 4 ore e 10 minuti (circa)

Impasto

Bonci suggerisce di impastare a mano e così ho fatto: Iniziate mescolando farina, lievito e acqua. Poi, quando l’acqua ha assorbito tutta la farina e l’impasto comincia a prendere consistenza aggiungo l’olio e per ultimo il sale.

Prima lievitazione

A questo punto il libro suggerisce di spostare l’impasto in un secondo recipiente ben oliato.Io mi limito a ungere quello che sto già usando, per non sporcare troppo. Si lascia riposare l’impasto ancora grezzo, coperto da uno straccio umido o dalla pellicola, almeno per un’ora a temperatura ambiente.

Pieghe

Dopo la prima lievitazione è il momento di fare le pieghe di rinforzo. Tre pieghe a distanza ravvicinata di 15-20 minuti ciascuna in un’ora.

Seconda lievitazione

Preparata un recipiente ben oliato e in grado di contenere due volte la grandezza dell’impasto e lasciateci riposare dentro l’impasto in frigorifero, per tutta la notte. Comunque almeno per 18 ore. Ricordatevi di ricoprire il recipiente sempre con un telo umido o con la pellicola per alimenti.

Spezzatura

Togliete l’impasto dal frigo e lasciatelo riposare per almeno 10 minuti, dopodiché si procede a spezzare l’impasto in panetti da circa 350 gr. l’uno, che per noi sono giusti giusti per due teglie tonde da 30cm. Fate una ulteriore piega di rinforzo per ogni panetto e lasciate riposare un’ora e mezza.

Stesura

Qui ognuno ha la sua tecnica personale: Bonci consiglia di stendere molto delicatamente l’impasto con i polpastrelli, ovviamente sopra un congruo quantitativo di farina sparsa sul piano di lavoro, appoggiare il braccio con il palmo verso il basso su un bordo dell’impasto e tirare delicatamente, con l’altra mano, l’altro capo dell’impasto fino a coprire il braccio con cui state premendo verso il basso. Infine appoggiare l’impasto, che va tenuto sopra le braccia rivolte verso il basso, sopra la teglia già unta. Guardando le foto del libro è sicuramente più semplice da capire, altrimenti youtube è vostro amico, ancora meglio spiare la tecnica del vostro pizzaiolo di fiducia.

Cottura

Anche questa è una fase che dipende moltissimo dalle vostre abitudini e dal vostro forno. Per questo tipo di pizza noi cuociamo a 200° nel forno elettrico con cottura statica(cioè non ventilata) ed elementi scaldanti accesi sia sopra che sotto, infornando la teglia con il solo impasto senza condimento a metà altezza. Aspettiamo finché l’impasto non inizia a dorarsi e poi spostiamo la teglia nel ripiano più alto, passando in modalità grill con ventilazione e la teniamo pochissimi minuti: 3 o 4 al massimo, il tempo di bruciacchiare leggermente le estremità. Poi usciamo tiriamo fuori e aggiungiamo il condimento, passando al ripiano più basso e nuovamente in modalità forno tradizionale con cottura statica, ma stavolta scaldando solo la parte bassa del forno. Aspettiamo che si sciolga il formaggio e poi via, la pizza è pronta!

.La "mia" pizza di Bonci ai quattro formaggi

La "mia" pizza di Bonci ai quattro formaggi

 

Di pupi (non di zucchero) e di briosce

Qui bisogna proprio riprendere le fila di questo blog.. Sono passati poco più di tre mesi dall’ultima volta che abbiamo scritto qualcosa. Siamo stati e siamo tutt’ora comprensibilmente impegnati dal nostro pupotto bello, che anche lui guarda caso sta per compiere tre mesi. Francesca è impegnata a tempo pieno a fare la mamma, io lo sono un pò meno e nei ritagli sono riuscito a cucinare anche qualcosa di sfizioso di tanto in tanto. L’ultima creazione, in ordine di tempo, sono state le briosce siciliane, quelle col tuppo per intenderci, che dalle mie parti si tagliano a metà e si riempiono di delizioso gelato o, ancora meglio, granita.

Briosce col tuppo

Briosce col tuppo appena sfornate

 

La ricetta che ho usato è quella di Anice&Cannella, con qualche piccola variazione: Ho usato l’aroma alla vaniglia, anziché la stecca bourbon perché le avevamo finite e non avevo tempo e voglia di uscire a ricomparle e ho fatto una lavorazione in tre giorni, anziché in due, perché Dario ha assorbito il resto del tempo. Ah, dimenticavo, ho usato tre uova normali medie anziché due a pasta gialla. Che dire, sono venute così buone al primo colpo che io stesso non ci potevo credere. Ne è davvero valsa la pena!

Poi cos’altro? Di recente ho vinto il contest di Maricler, con in palio un libro sulla pizza di Gabriele Bonci, quindi aspettatevi presto un post su qualche sperimentazione delle ricette presenti nel libro. Le foto che abbiamo visto ci hanno già fatto venire l’aquolina!

Approfittando del finesettimana lungo e del ponte del 1° Maggio proverò anche a fare, tempo permettendo, il mio primo tentativo di pane con lievito madre, gentilmente donatomi dalla nostra amica Laura.

Vorrei raccontarvi anche del mio esperimento di ginger ale fatto in casa e di come ultimamente ci siamo innamorati del tataki di salmone e/o di tonno e abbiamo fatto vari esperimenti, più o meno riusciti, di replicarlo in versione casereccia. Ma tutto questo è superfluo e in parte potete già saperlo leggendo la nostra pagina Facebook. Perché sopratutto vorrei raccontarvi di come la nostra vita sia completamente cambiata da tre mesi a questa parte e di come ormai i programmi di cucina li vediamo più in maniera fortuita nelle repliche notturne che altro, tra una poppata e un cambio di pannolino. E di come siamo immensamente felici pur essendo immensamente stanchi. Ma è difficile spiegarlo a parole. C’è questo esserino che ogni giorno ci stupisce con nuove mosse e nuovi gridolini mai fatti prima, che quando pensi di averlo capito e poterlo prevedere sconvolge i tuoi piani e cambia dalla sera alla mattina. Per cui siate comprensivi, credo che ancora per un pò scriveremo con saltuarietà.

Legami & Legumi

In questi ultimi giorni di attesa prima dell’arrivo del pargolo, trovo un pò di tempo per dedicarmi alla scrittura di questo post e partecipare al contest di Martina in collaborazione con GialloZafferano sui Legumi i cui dettagli sono pubblicati qui!!

I legumi che dire…da piccolina e da ragazzina li odiavo praticamente! Mentre a casa mia tutti erano grandi appassionati di fagioli e ceci io gli unici legumi che tolleravo erano i fagioli cannellini in insalata con il tonno e la cipolla e le lenticchie (e i fagiolini sia nella minestra che con le patate)! Per il resto vuoto assoluto! A parte questa mia idiosicrasia per i legumi,  ho tanti ricordi legati a questo tipo di alimento. A partire dai racconti sui pasti consumati da mia madre piccolissima durante la guerra, in cui una delle poche pietanze che riuscivano a consumare erano le “sagne e fagioli” un formato di pasta fresca povera senza uova che però se non mescolate a dovere tendono ad attaccarsi in cottura. E mia madre che ha sempre odiato la pasta “attaccata” ha di conseguenza sempre cucinato altri formati di pasta con i fagioli bandendo le sagne praticamente per sempre dalla nostra tavola. E cos’ho ereditato io? L’odio per la pasta attaccata! :)

E cosa dire dei ceci? Il ricordo più vivo che ho riguarda il Natale quando la mia famiglia si riuniva con quella della gemella di mamma e per giornate intere precedenti al 25 dicembre si realizzavano i famosi cavicionetti con diversi ripieni. Oltre al classico con la marmellata d’uva, zia Mirella era l’esperta di quelli con ripieno di ceci lessi trasformati in purea, zucchero, cioccolato, mandorle e liquore! Ma i ceci sono rimasti per me ancora un tabù come legume da mangiare nature così com’è, mentre ho sviluppato un forte amore per tutto ciò che è realizzato con la farina di ceci! Avendo sposato un palermitano non poteva essere che così! Adoro le panelle fritte al momento che ti si sciolgono in bocca! e anche la Farinata genovese ovviamente!

Arriviamo infine ai fagioli borlotti..dopo averli odiati per una vita adesso mi piacciono molto! E ho imparato a cucinarli in ogni modo partendo sia da quelli secchi che da quelli freschi! Ovviamente anche qui c’è lo zampino di mio marito che adorandoli mi ha obbligata a rivedere la mia posizione in merito!

Ma per il contest di Martina ho deciso di postare la ricetta di un legume antico e poco usato, che non è stato facile trattare! La cicerchia! La nostra amica marchigiana Silvia ce ne ha regalato un bel pacchettino diverso tempo fa e noi l’abbiamo accatastato in dispensa timorosi aspettando la tempistica giusta per deciderci ad affrontarne la cottura!

Vellutata di cicerchia

Ingredienti per 2 persone:

-200 grammi di cicerchia secca

-carota, sedano, cipolla

-olio e.v.o.

-brodo vegetale q.b.

-pane casereccio tostato

-1 rametto di rosmarino

Procedimento:

Il procedimento è in realtà molto semplice. Più che altro sono i tempi di ammollo che sono pittosto lunghi. Bisogna mettere i legumi a bagno in acqua fredda al mattino per la sera e cambiare diverse volte l’acqua nel corso della giornata, facendo attenzione ad eliminare le pellicine del legume che via via vanno staccandosi. Una volta scolati e sciacquati in acqua corrente alla sera, preparate un trito fine di  sedano, carota e cipolla in olio extravergine d’oliva nella pentola a pentola a pressione. Una volta dorato il soffritto aggiungete un rametto di rosmarino e i legumi. Mescolate tutto rapidamente e aggiungete il brodo vegetale fino a coprire di almeno due dita i legumi nella pentola. Aggiungete un pugnetto di sale grosso e chiudete la pentola. Dal fischio io ho calcolato circa 15 minuti di cottura. Dopo i 15 minuti è necessario controllare la cottura. Se i legumi fossero ancora crudi aggiungete ancora brodo vegetale e proseguite ancora per una decina di minuti.

Una volta cotti a puntino, versate la cicerchia in un bicchiere o recipiente alto e stretto e frullateli con un frullatore ad immersione fino alla densità desiderata aggiungendo man mano un pò di brodo vegetale. E’ necessario a questo punto passare la vellutata in un colino a maglie non troppo strette in modo da eliminare anche gli ultimi residui di bucce e per renderla liscia. Servite con un filo d’olio e.v.o. e con dei crostini di pane casereccio tostati in forno.

Buon Appetito!

Natale milanese fai da te

Dopo un tempo che mi sembra infinito torno a scrivere su questo blog, visto che gli ultimi post li ha scritti tutti Luigi! Ovviamente di ricette nel frattempo ne abbiamo realizzate tante e le foto sulla nostra pagina facebook le abbiamo anche pubblicate, ma la forza e la voglia di scrivere non volevano assolutamente tornare e quindi ecco il motivo di cotanta latitanza. Sapete il pancione quasi al 9° mese risucchia tutte le mie energie e non è facile decidere di punto in bianco di scrivere qualcosa! Inoltre tutto mi sembra abbastanza banale in confronto a quello che sto vivendo e le sensazioni che mi inviluppano sono tutte così nuove e totalizzanti che spesso l’entusiasmo scema velocemente e i vari post vengono accantonati in un virtuale cassetto, dal quale chissà se mai verranno tirati fuori.

Ma Natale è sempre Natale e questo per noi è stato un Natale fuori dal comune, il primo per entrambi passato nella nostra città Milano, lontani per la prima volta nella vita dalle nostre rispettive famiglie. Nel nostro piccolo abbiamo cercato di portare sulla nostra tavola i piatti della nostra tradizione..ehm di quella Abruzzese veramente! Visto che nella mia regione si mangiano piatti prettamente natalizi durante le festività, mentre in Sicilia vengono riproposte pietanze che in realtà si mangiano tutto l’anno! I Siculi non me ne vogliano!

Ho affrontato questi piatti con una certa deferenza, vista la facilità e la maestria con cui mia madre li realizzava, quasi ad occhi chiusi. Io invece, accingendomi a farli per la prima volta completamente da sola devo confessare che mi è venuta una certa ansia da prestazione!! La sera della vigilia abbiamo mangiato tagliatelle all’uovo fatte da noi con sugo di mazzancolle e vongole. Io diciamo che ho fatto uno strappo alla regola visto che non avrei potuto mangiare nè frutti di mare nè crostacei, ma erano ben cotti ve l’assicuro!:

Per il pranzo di Natale invece ho azzardato il piatto natalizio per eccellenza a casa mia: il brodo di carne con cardone, polpettine di carne e stracciatella (uova sbattute con parmigiano). Devo dire che mi è venuto davvero buono per essere la prima volta, il cardo di solito di difficile cottura, sono riuscita a pulirlo bene e a lasciarlo morbido e non stopposo. Il brodo di carne ho provato a farlo con un semplice pezzo di cappone ed è venuto ottimo e saporito! Un risultato insperato!

Per quanto riguarda i dolci tipici natalizi, io e Luigi abbiamo fatto i cavicionetti. Per chi non lo conoscesse, si tratta di raviolini fritti ripieni di marmellata d’uva nera abruzzese gentilmente inviatami direttamente da casa da mia sorella e dalla cara Annarita del blog Cucinalkemika :) La pasta è fatta solo con olio evo, vino bianco e farina. La marmellata va “acconciata” (come si dice da me! che significa arricchita) con cioccolato fondente a pezzettini, liquore (io ho usato il nostro caro vecchio liquore pescarese Aurum), e mandorle tostate tritate. Vi assicuro che sono assolutamente una bontà!

A dire il vero manca in questo post un altro piatto che è tipico sia di Pasqua che di Natale, vale a dire l’agnello cace e ove che credo preparerò stasera. In realtà di questo piatto abbiamo già parlato sul blog… quindi!! Auguro a tutti, anche se in ritardo, delle buone feste fatte e un Felice Anno Nuovo! Per noi il 2012 sarà un incredibile anno di cambiamenti radicali e noi lo stiamo aspettando con trepidazione e una certa dose di ansia! Chissà se, quando scriverò di nuovo, il nostro pupo sarà già nato!! ;)

Aggiornamento

Oggi abbiamo fatto l’agnello cace e ove, rendendo finalmente giustizia a questo piatto con una foto migliore di quella già postata qualche anno fa. Rimane sempre un piatto poco fotogenico, ma nonostante questo davvero squisito.

La nostra cena al Liberty

La nostra cena premio per la vittoria del ConTaste di Cibvs inizia in modo molto buffo: non so se avete presente com’è fatto l’ingresso del Liberty, subito a sinistra della porta d’ingresso c’è un gradino dal quale inizia la scalinata che porta ad un piccolo soppalco con alcuni tavoli. Per raggiungere il guardaroba bisogna salire il suddetto gradino e se siete un attimo obnubilati dalla botta di caldo che vi prende arrivando in una piovosa serata autunnale, magari con gli occhiali un pò appannati, è facile che mettiate un piede in fallo. E’ quello che è successo a me e se Francesca e il cameriere non mi avessero afferrato per tempo sarei cascato bellamente sul parquet, inaugurando così la serata.

Seduti al tavolo ci chiedono subito se gradiamo dell’acqua, cosa che ovviamente desideriamo, siccome però non mi sono ancora ripreso dalla quasi caduta, faccio per versarla nel calice del vino, tenete presente che c’erano almeno tre bicchieri a persona e il bicchiere dell’acqua era il più nascosto di tutti, il cameriere lo nota e prontamente mi stoppa, ma intanto nel calice  c’è già mezzo dito di acqua e io ho inanellato la seconda figura di palta nel giro di cinque minuti e senza neanche aver ancora aperto il menù.

Dopo questa falsa partenza ci rilassiamo un attimo e complice il teporino e il drink di benvenuto, riacquisto un pò di sanità mentale. Il locale è piccolo ma non piccolissimo, il pavimento della sala è in parquet e le pareti sono dipinte con una una fascia rossa nella parte inferiore, che corre lungo tutta la superfice della sala. Ci portano un bicchierino di pinzimonio come starter e mentre Francesca va alla toilette mi guardo un pò intorno: alle pareti  sono appesi alcuni quadri e la mia percezione è che la maggior parte dei tavoli siano per due, l’illuminazione è a parete e piacevolmente soffusa, il giusto, la luce non è eccessivamente violenta né si mangia in penombra come ci è invece capitato in alcuni ristoranti. Sono quasi le nove e buona parte dei tavoli sono pieni, il brusio però è molto soft e non supera mai il livello di guardia.

Lo chef ci viene a dare personalmente il benvenuto e concordiamo con lui una variante del menù degustazione che escluda il crudo e il poco cotto, dal momento che Francesca è in dolce attesa. Per questo stesso motivo rinunceremo al vino di accompagnamento.

Nel frattempo assaggiamo un pò dei panini che ci hanno portato su un piattino, ci sono alcuni bocconi di focaccia, dei paninetti alle olive e alle acciughe, alcune fette di pane nero dal sapore fruttato e delle fette di pane casereccio. Apprezzo sempre quando il cestino del pane comprende varie tipologie di pane e sopratutto quando il pane è freschissimo e gustoso come in questo caso.

Il primo antipasto è Pane, panelle e brandade di baccalà, crescione e pomodorini confit. Ora, io sono di Palermo e amo smisuratamente le panelle, questo piatto lo avrei scelto in qualsiasi caso e potete credermi se vi dico che fin’ora questo è il secondo ristorante dove in tutta la mia vita ho assaggiato delle panelle eccellenti. Non eccessivamente untuose né troppo asciutte. La temperatura giusta, insomma, perfette. La consistenza cremosa del baccalà è squisita e si abbina in un modo molto equilibrato alla farina di ceci di cui è composta la panella. Il pane è piacevolmente bruschettato e si sente delicatamente il pomodoro.

Preparo la macchina fotografica, mi sono portato dietro la nostra compatta, con tanto di minicavalletto e due batterie cariche, in modo da documentare opportunamente i piatti. Ma ecco la terza sorpresa della serata.. accendo la macchina e compare il messaggio:”No memory card!”. Già, ho pensato a tutto tranne al fatto che la schedina di memoria è rimasta inserita nel mio pc dall’ultima volta che ho scaricato le foto fatte la settimana scorsa. Mi rabbuio un attimo. Vaaaa bene. Andiamo avanti e pazienza per le fotografie..

Il secondo antipasto è una Crépinette di puntine di maiale arrosto avvolte nella verza, farcite con porri brasati su ristretto di carne alle nocciole

Questo è il piatto che forse ho apprezzato di più dell’intera cena e dire che non sono un amante della carne di maiale! Ma questi rotolini sono tenerissimi, il sapore della cremina di accompagno alla nocciola è qualcosa di sublime, il tutto avvolto da un’ottima verza. Francesca invece non rimane entusiasta, conoscendola so che non è nelle sue corde e forse avrebbe preferito il carciofo croccante ripieno di pecorino siciliano, la prossima volta lo proveremo senz’altro.

Arriva il primo piatto: risotto con castagne, Castelmagno, ristretto al Marsala e fave di cacao. Il risotto è un’altra cosa che adoro e questo piatto è sicuramente all’altezza, l’abbinamento di cacao, formaggio e Marsala si rivela azzeccatissimo, mi soffermo ad assaggiare i granuli di cacao amaro singolarmente, per apprezzare ancora di più il contrasto con il sapore del risotto.

Mentre digerisco il risotto mi soffermo a pensare che mi sta venendo un pò di nostalgia dell’atmosfera di montagna: una baita di legno, la neve che cade fuori e il calduccio di un caminetto che crepita tranquillamente. Mi tornano in mente certe gite fatte da piccolo con il WWF, in cui si partiva da Palermo per un interminabile viaggio in treno, per arrivare il giorno dopo in Piemonte, sul Gran Paradiso.. forse è colpa dello scricchiolio rassicurante del parquet oppure delle specie di scarponi che in questo momento porto ai piedi e vorrei solamente poter togliere.. Bah.

L’arrivo del branzino mi riporta nel ristorante, il nome del piatto è carpaccio caldo di branzino su passata di favette secche, cicoria appena saltata e guanciale croccante.

Servito su un piatto rettangolare, il pesce è sfilettato a tranci romboidali ed adagiato su un letto di cicoria, circondato da pezzettini di guanciale croccante. Bizzarra coincidenza: giusto la settimana scorsa ascoltavo Moreno Cedroni a Masterchef consigliare proprio l’abbinamento del bacon con il pesce e oggi mi ritrovo questo abbinamento nel piatto. Il pesce è, ça va sans dire, freschissimo mentre la consistenza del bacon è speciale, friabilissima, appena messo in bocca si disintegra rilasciando tutto il suo sapore. Il tutto contrasta sapientemente con l’amaro della cicoria. Ci esalta in modo particolare la purea di favette, quasi nascosta sotto la cicoria, che però ha il suo perché.

Infine il dolce:non siamo rsicuri del nome, sul sito il menu cita castagne allo Sherry, mousse di marroni, salsa ai cachi e chips di cioccolato. Nel nostro dessert la mousse di marroni era sicuramente protagonista, ma c’erano dei lamponi e qualche castagna sgusciata e non ci è sembrato di sentire il sapore dello Sherry o della salsa di cachi, in ogni caso era qualcosa di celestiale,  il degno coronamento di questa cena deliziosa ed elegante.

 

 

La cheesecake mostruosamente buona di Halloween

Per noi la fine del mese di Ottobre è sempre stato un periodo un pò speciale, vuoi perché a pochi giorni di distanza c’è l’anniversario del giorno in cui abbiamo deciso di diventare una coppia, vuoi perché l’ultimo giorno del mese è il mio compleanno e la festa di ognissanti cade a fagiolo per festeggiarlo come si deve o vuoi perché il 2 Novembre c’è la festa dei morti, che in Sicilia è tanto sentita, insomma è un periodo importante. Di

Cheesecake zucca, ricotta e cioccolato

Cheesecake zucca e cioccolato

solito in questa settimana vengono a farci visita i miei genitori; quest’anno però, complice il ponte vacanziero, è venuta a trovarci una delle sorelle di Francesca con il marito e due nipotini. Così abbiamo avuto una buona scusa per fare una torta e visto il periodo quale miglior ingrediente della zucca? L’idea di partenza era quella di fare proprio una torta in stile Halloween e la ricetta che abbiamo scelto è stata quella della cheesecake alla zucca con ragnatela di cioccolato di GialloZafferano. Non sempre però le cose riescono a puntino e per la seconda volta la tortiera ci ha giocato un brutto scherzo, facendo scolare parte dell’impasto sul fondo del forno.. con conseguente malumore per l’accaduto. Insomma a Francesca è passata la voglia di star lì a fare la ragnatela per benino e abbiamo scelto di ricoprire la superfice della torta con una bella ganache, che ha aiutato sicuramente a far passare il malumore! La torta è venuta squisita lo stesso ed è andata a ruba, tant’è che essendo arrivati gli ospiti le foto sono state posticipate a quando metà della creazione era già sparita nelle soddisfatte pance degli stessi.

La nostra nuova “casa”

Ciao,

solo due righe per dire che da oggi l’indirizzo del blog è http://essenzaindivisibile.it , il vecchio indirizzo essenzaindivisibile.grimmo.it per adesso rimarrà attivo e rimanderà al nuovo indirizzo. Mi raccomando, aggiornate i link :-)

Le fantastiche avventure di Grimmo nel mondo della panificazione

Voi ancora non lo sapete, ma da qualche mese ho iniziato a cimentarmi nell’arte bianca, quella della panificazione e della lievitazione.

La pagnotta altamura prima di essere infornata

La pagnotta altamura prima di essere infornata

M’interessava in particolare il lievito madre, forse perché il dover prendersene cura in maniera costante e le lunghe attese sono un pò una metafora della gravidanza? Può darsi..

Detto fatto, ho iniziato seguendo la ricetta di Cuoca Petulante e usando la farina integrale del Gas e la Manitoba del supermercato ho creato questo miscuglio acido. Come attivatore ho usato il miele millefiori, sempre del Gas, non è la soluzione migliore ma il barattolo era già aperto..

Dopo la prima settimana, il lievito avrebbe dovuto raddoppiare di volume ogni tre ore circa, invece si limitava a gonfiarsi fino ad un tot per poi fermarsi e non dare altri segni di vita. NonostateIl piccolo mugnaio nerd le perplessità sono andato avanti per settimane, continuando a fare rinfreschi più o meno ogni due giorni. Settimane nelle quali schizzi di pasta madre hanno conquistato oltre al pavimento della cucina anche i miei vestiti, i pensili e incrostato stracci, coperte in pile e svariate ciotole di vetro. Il forno, poi, che in tutti questi giorni ha funto da cuccia per la pasta madre, si è impregnato di un tanfo inquietante..

Poi ho iniziato a seguire la ricetta di FrancescaV, c’è stato qualche miglioramento ma niente di esaltante. Tuttavia dopo quasi un mese di tentativi dovevo decidermi a utilizzare il lievito anche per cucinare qualcosa e non limitarmi a badare ad una versione salutistica di un tamagotchi. Così ho creato una pasta madre di semola partendo dalla pasta madre iniziale, una sorta di biga, da cui poi iniziare l’impasto di una pagnotta di grano duro in stile Altamura, secondo la ricetta trovata sul forum di cookaround.

La pagnotta di tipo altamura

La pagnotta di tipo altamura

Il pane pronto per essere infonato aveva un aspetto magnifico e tutto lasciava presagire un successo.. ma la mia apprensione per la buona cottura e una crosta croccante deve aver compromesso la buona riuscita dell’opera. Il pane è rimasto a cuocere per quasi un’ora, al termine della quale l’aspetto era ottimo ma era chiaro che qualcosa non andava: La lievitazione non era stata sufficiente, la pagnotta era piuttosto bassina e sopratutto nel giro di poche ore è diventata durissima! Peccato, perché il sapore non era malaccio.

Messo da parte il lievito madre per un pò, con la scusa che a breve i miei sarebbero venuti a farci visita, ho iniziato a pensare quale pane avrei potuto realizzare per rifarmi della disfatta. E quale miglior rivalsa del pane di Palermo? Riuscire a fare il pane utilizzato per i panini con le panelle e quelli con la milza, la cosiddetta vastedda, mi avrebbe ridato sicuramente il buonumore. Ovviamente sbagliare una seconda volta avrebbe probabilmente segnato la fine dei miei tentativi con la panificazione. Fortunatamente non è andata così!

La ricetta che ho scelto è quella trovata su RicettediSicilia.net e diversamente da quella sul pane di altamura, in cui avevo fatto le proporzioni per dimezzare le dosi, l’ho seguita alla lettera. Questo significa che ho usato il lievito di birra e il malto. Quest’ultimo, d’orzo, recuperato appositamente da NaturaSì. Ho impastato vigorosamente per un’ora, bagnando e sporcando il tavolo della cucina a livelli mai raggiunti prima d’ora. Infornato per una quindicina di minuti, anzi, 17 per esser precisi, nel forno elettrico, in modalità statica a 240° C, il massimo possibile per il nostro modesto elettrodomestico.

Sono venute quattro belle pagnotte, di una morbidezza e un sapore, credetemi, commoventi. Anche mio padre, notoriamente schizzinoso in fatto di pane è rimasto molto soddisfatto.

A questo punto i miei esperimenti di panificazione non possono che continuare!

La tipica vastedda palermitana

La tipica vastedda palermitana

La finta trippa e..

quei piatti che restano sepolti nelle fitte pieghe della memoria. Quelli che sono lì ad aspettarti da tempo immemorabile mentre la vita è andata avanti e tu hai assaggiato una miriade di altri sapori, abbinamenti, variazioni. Sono lì che aspettano solo che una scintilla li faccia tornare alla coscienza e la riempia di densa, dolce nostalgia per le persone che non ci sono più, per tua madre che quel piatto ti cucinava spesso ma chissà perchè avevi rimosso, lasciandolo a decantare per troppo tempo.

Questo è quello che mi è successo qualche tempo fa, quando, guardando la trasmissione di Alessandro Borghese su Real Time, lui ha tirato fuori dal cilindro della mia memoria questo piatto: la finta trippa. Ho detto, oddio, ma questo piatto me lo faceva sempre mia mamma! Perchè diavolo l’ho rimosso così drasticamente? E così quasi con le lacrime agli occhi mi sono ricordata di quante volte l’avessi mangiato e mi sono ripromessa di farlo assaggiare a Luigi che non lo conosceva. Ovviamente non avevo mai seguito mamma nel procedimento, quindi per la ricetta, le dosi etc. mi sono riferita a quella trovata sul sito di Real Time.

E come una novella Proust nella sua “Recherche du temps perdu”, riassaporando questo piatto casalingo mi sono sentita vicina per un momento ai miei cari. Questo è uno dei grandi poteri che la cucina sa evocare.